#2 Copertine&Sofà “The power of the groove can change things. All you’ve got to do is reach out and grab it.”

#2 Copertine&Sofà “The power of the groove can change things. All you’ve got to do is reach out and grab it.”


Eccoci al secondo appuntamento di Copertine&Sofà, la rubrica per tutti coloro che un disco lo scelgono proprio dalla copertina, coloro che sanno che l’amore (o per alcuni l’ossessione) per la musica li guiderà nella ricerca del disco perfetto, che sia sullo scaffale di un negozio ben fornito, o nella cassa impolverata del “tutto a 3 euro”.

Il primo disco con cui decidiamo di passare il nostro tempo, è per me molto importante, ma di questo vi parlerò alla fine del racconto. Lasciate prima che vi introduca Nuyorican Soul, album di debutto dell’omonimo gruppo musicale, uscito nel 1997 e diventato un’icona della musica Newyorkese, testimone delle sue innumerevoli sfumature culturali. Infatti, il termine Nuyorican veniva usato già nei primi anni ’70 per descrivere l’orgoglio dei portiricani di New York, ma in questo caso, usato dai due creatori del gruppo, ovvero i Masters at Work “little” Louie Vega e Kenny “Dope” Gonzalez, per definire lo stile eclettico del disco, un’esplosione di generi; old-school R&B, salsa, jazz, disco, hip-hop, house e dance-club styles, il tutto eseguito da artisti del calibro di George Benson, Roy Ayers, Jocelyn Brown, India, jezzy jeff e Tito Puente. A conferma del concetto dietro questo progetto, la copertina si presenta come una bella scatola di sigari cubani, impreziosita dalla scritta Fabrica de Nueva Yorka, a sottolineare la duplice appartenenza. Quello che si percepisce dall’ascolto di questo album è l’amore di Vega e Gonzalez per tutte le loro influenze, che armonicamente presentate non confondono, bensì creano un ibrido potente e armonioso. Entrambi hanno infatti origini cubane, ma sono cresciuti in quartieri come il Bronx, dove la cultura latina e quella Afroamericana si sono incontrate, influenzate e mischiate. Con questo album, i due volevano anche trasmettere le fondamenta della dance music di quegli anni, influenzata da tantissimi generi musicali.



La scelta degli artisti con cui collaborare è nata dal desiderio di trasmettere la stessa passione per la sperimentazione, Vega e Gonzalez cercavano, infatti, persone mentalmente aperte verso il blending dei vari generi ed è proprio in questo che l’album riesce perfettamente, poiché ci si trova a saltare da un genere all’altro con grazia e continuità senza che il flusso venga interrotto e mantenendo ben evidente quella magnifica club-culture che in questo momento tanto ci manca. Molti degli artisti scelti hanno affermato di essere rimasti travolti da questo progetto, il quale ha dato loro la possibilità di far riascoltare pezzi classici in una chiave nuova e ad una nuova generazione, mantenendo il legame tra passato e presente. Ciò è stato possibile proprio grazie all’incontro tra Vega e Gonzalez, due personalità con percorsi differenti: “We were into different vibes, but hit it off,” disse Vega. “Kenny loves a lot of hip-hop and house, I loved ‘70s classic R&B; disco and dance music. But while most deejays just did house remixes, we weren’t afraid to dig into jazz, dig into Latin flavor, or hip-hop. We’d bring all those elements into house music. We’ve always taken chances.”

Questa unione ebbe I suoi frutti quando intorno al 1991 anche star del calibro di Madonna e Michael Jackson contattarono il team dei Masters at Work per avere dei remixes, tracce mai sentite nei clubs e trasformate in bestie da dancefloor. Ma l’idea per l’album arrivò nel 1994, quando i due si presero una pausa per mettere insieme gli artisti e registrare, nonostante ciò svuotasse le loro tasche. Non era una questione di soldi e soprattutto nessuno doveva mettersi in mezzo tra loro e questo progetto: “We didn’t make it for the market in the U.S. or Europe. We just made it for music lovers. We wanted it to take you to different moods and atmospheres, something you can play anywhere.”



Una canzone in particolare contenuta in questo album è per me di immenso valore artistico e personale: The Black Gold of the Sun. Si tratta di un remake dell’omonima canzone dei Rotary Connection registrata nel 1971, con l’accompagnamento della stupenda voce di una Minnie Ripperton ai più ancora sconosciuta. Quando questa nuova versione uscì, fu uno di quei momenti in cui i punti sconnessi tra le generazioni si unirono in una nuova dimensione. Credo sia importante fare un breve cenno sui Rotary Connection, una band altamente sperimentale degli anni ’60 creata da Marshall Chess, figlio del fondatore della Chess Record, il quale mise insieme artisti provenienti da universi musicali diversi per produrre qualcosa che andasse oltre i confini di rock e blues caratterizzanti l’etichetta. La loro versione originale della traccia sopra menzionata è davvero spettacolare per non parlare della famosa Love has Fallen on Me.

Ho scoperto questa traccia ad una delle bellissime ed eclettiche serate di Maurizio the Next One, una garanzia nel mondo della musica e in quello dell’Hip Hop. Eravamo in un locale in centro a Torino, le luci erano rosse ed era inizio serata. Ad un certo punto vengo colpita da una canzone in cui riconosco lo zampino degli A Tribe Called Quest e di cui non ho mai sentito il titolo, ma ciò che mi rapisce di più è il coro di sottofondo, ampio e trascendentale, quasi rituale e sacro. Allora catturo il momento in un video ma non riesco a risalire a quella canzone con nessuna delle mie ricerche, eppure ne rimango ossessionata, fino a che cercando le parole del testo sulla piattaforma di Discogs risalgo alla versione dei Nuyorican Soul e mi emoziono. Così ho scoperto il mio album preferito. Non solo per la varietà delle influenze che lo contraddistingue, ma anche per i testi che parlano di riconoscimento del valore della comunità nera e di se stessi, del proprio potere interiore e della possibilità di chiedere aiuto alla musica nei momenti di bisogno, “stand up it’s altight!” grida Jocelyin Brown nella canzone It’s Alright I feel it, “You can do it baby” rassicura George Benson, “Tell them what you are” suggeriscono gli atcq nella loro versione… Questo disco è di una potenza travolgente pur mantenendo un’eleganza affascinante, per me è una motivazione ogni qualvolta ho paura di non farcela. Come dice Common in una delle sue canzoni “This music is so much bigger than me”"

Non perdetevelo!

Autore:
Federica Albo aka Umana from Deeple

IG: @federica.albo

 




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