Copertine&Sofà è la nuova rubrica che noi pantofolai musicali stavamo cercando.

Cosa c’è di meglio di un bel bicchiere di vino, un divano e la copertina impolverata di un vinile jazz in mano, oppure di una birretta, il sofà sfondato nella saletta degli amici ed i Wutang in sottofondo, mentre ci si ruba un po’ di tabacco? Cos’altro può mancare in una serata nel loft della sorella deejay che mixa della Classic house mentre l’ascolti su un pouf? Nulla. La musica riempie ogni spazio con le sue vibrazioni, come un condimento insaporisce al punto giusto, non lasciandoti mai sazio. Beh, ecco questa rubrica vuole ricreare le sensazioni di quelle situazioni in cui si è un po’ brilli e stanchi dalla giornata, ma appagati e si parla di musica, un evergreen, con quei dischi ruvidi, lisci, colorati, rovinati, polverosi, incellofanati, costosi, a 3 euro dal Balon, affaroni o soldi persi, tra le mani.



È proprio in questo luogo della mente che cercheremo di scoprire le storie che si celano dietro le copertine dei nostri dischi preferiti spaziando dal jazz, all’hip hop, dall’house al funk, per poi tornare sul reggae o disco che sia. Insomma, ce n’è per tutti i gusti quindi iniziate pure ad apparecchiare, perché io sono Umana e insieme mangeremo musica per i prossimi mesi.



Ma, come per ogni grande partenza, occorre prepararsi adeguatamente ed è per questo che prima di entrare nel vivo della nostra ricerca proveremo a capire quando e come le copertine dei vinili sono diventate esse stesse opere d’arte, preludi estetici, androni curati di alberghi in cui decidiamo di trascorrere il nostro tempo.
È il 1938 e la Columbia Records assume Alex Steinweiss come art director, contribuendo all’invenzione del design artistico delle copertine. Egli, infatti, rimpiazza le piatte copertine usate precedentemente con riproduzioni di pezzi di arte classica influenzando tutte le maggiori etichette dell’epoca.
Fondamentalmente Alex aveva capito che la copertina di un disco poteva diventare uno strumento prezioso per catturare e influenzare la prima impressione del pubblico, il quale si sarebbe costruito subito un’opinione sulla band e sull’album in questione. Si può quindi dire che l’obiettivo originario era di business, ma in seguito il design artistico delle copertine è diventato una parte importante della cultura musicale, che ha raccolto lavori di designers come Bob Cato, vicepresidente del servizio artistico della Columbia Records e della United Artists. Dunque, non si tratta più solo di un mezzo per aumentare le vendite ma una vera e propria espressione di intenti artistici.
Altri nomi di fotografi e illustratori importanti in questo ambito sono: Mick Rock, il quale ha prodotto alcune delle copertine più iconografiche degli anni ’70 e Norman Seeff, direttore artistico della United Artists dal ’72 al ’75 e creatore della copertina Exile on Main Street dei Rolling Stones come di molte altre che gli sono valse plurime candidature per il Grammy.
Un ambito in cui questo particolare estro si è manifestato attraverso la produzione di copertine innovative è quello del Jazz.



Sono gli anni '50 del '900, l'Hard Bop (un sottogenere del Jazz) imperversa nei club facendo letteralmente impazzire la gente dell'epoca. New York City è il paradiso del modern Jazz con un record store ad ogni angolo di quartiere.
Qualche anno prima, due immigrati ebrei di origine tedesca, Francis Wolff e Alfred Lion, decidono di fondare la Blue Note Record, la quale non solo è diventata una delle più importanti etichette discografiche della storia del jazz per il suo riconoscibile e leggendario sound, ma anche per le acute registrazioni di Rudy Van Gelder e per le rivoluzionarie copertine. 
Se provate a prendere in mano un disco della Blue Note, come Una Mas di Kenny Dorham, potrete leggere al fondo del retrocopertina il nome dei due responsabili per l’estetica: Cover Photo, Francis Wolff - Cover Design, Reid Miles Francis, affascinato dalla forte espressività dei musicisti, aveva deciso di assistere e fotografare tutte le sessioni di registrazione, riuscendo a catturare il volto stesso del genere musicale attraverso il sudore dei suoi profeti.
Reid, invece, osservando e manipolando tutte quelle fotografie, era riuscito a scovare quel piccolo dettaglio dell’inquadratura che dona al disco la sua personalità e magia. Questa insight del designer viene chiamata in gergo Pullback Effect, poiché riguarda l'atto di catturare solo un frammento dell'intera fotografia stravolgendone la prospettiva.

A questa pratica viene poi aggiunto l'uso di colori forti applicati direttamente sull’ originale e il gioco tipografico, introdotto a partire dagli anni '60.  Con gioco tipografico, si intende la maniera innovativa e creativa con cui Miles riesce a posizionare titolo e musicisti all'interno dell'istantanea, dando rilievo contemporaneamente a volti e parole, e creando copertine sempre più iconiche. Queste immagini non solo hanno dato riconoscibilità agli album e all'etichetta, ma hanno prodotto e condizionato l'immaginario e la rappresentazione del Jazz e dei suoi musicisti, riuscendo a darne un ritratto intimo e personale, quasi come se anche noi, solo guardando la copertina, avessimo l'impressione di conoscerli.  Un mio amico Bboy e Dj, nelle nostre sessions di digging, mi ha sempre detto: "Se la copertina del disco è fresca, grezza e ti sorride, prendilo. Sarà sicuramente una bomba!". Da quel momento ho sempre seguito il suo consiglio e posso dire che aveva ragione.



Di fatto, Il vinile resta una forma d'arte a tuttotondo, una traccia esistente della società e del suo suono, parte vitale della nostra esperienza uditiva ed ecco perché vale la pena di intraprendere questo viaggio.

Peace



Autore:
Federica Albo aka Umana from Deeple

IG: @federica.albo

 


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